Vitamina D e cuore
Per anni gli studi osservazionali hanno mostrato un’associazione tra bassi livelli di 25(OH)D e maggiore rischio cardiovascolare: ipertensione, aterosclerosi, scompenso cardiaco. Un dato coerente e replicato, che ha alimentato l’idea che supplementare vitamina D potesse proteggere il cuore.
Ma un’associazione non dimostra causalità. E quando l’ipotesi è stata testata nei trial randomizzati, il quadro è cambiato.
Nel **VITAL**, oltre 25.000 adulti sono stati randomizzati a vitamina D3 o placebo per più di 5 anni: nessuna riduzione significativa degli eventi cardiovascolari maggiori.
Nel **ViDA**, con somministrazione mensile ad alto dosaggio, stesso messaggio generale: nessuna riduzione degli eventi cardiovascolari o della mortalità.
Il **D-Health Trial**, su oltre 21.000 adulti anziani, ha mostrato un possibile piccolo segnale favorevole, ma non conclusivo sull’endpoint cardiovascolare complessivo. Un risultato interessante da approfondire, non sufficiente da solo a cambiare la pratica clinica.
Anche le metanalisi degli RCT confermano il quadro: nel complesso, la supplementazione di vitamina D non ha dimostrato una riduzione convincente di infarto, ictus o altri eventi cardiovascolari maggiori.
Perché allora gli studi osservazionali trovavano un’associazione? Perché bassi livelli di vitamina D possono riflettere anche altri fattori: obesità, sedentarietà, minore esposizione solare, fragilità o peggiori condizioni di salute. Confondimento e causalità inversa possono quindi spiegare almeno parte dell’associazione.
**Conclusione:** le evidenze randomizzate disponibili non supportano l’uso della vitamina D con l’obiettivo specifico di prevenire eventi cardiovascolari nella popolazione generale.
Questo non significa che la vitamina D “non serva”: mantiene indicazioni appropriate, soprattutto nell’ambito della salute ossea e minerale e in specifiche condizioni cliniche. Semplicemente, non è una strategia di prevenzione cardiovascolare dimostrata.





















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